martedì 4 agosto 2015

La filanda, ovvero le madrideglialtri.

Le madrideglialtri son sempre più verdi.
D'invidia.
Signore madri, non capisco perchè.
Noi ragazze dei vostri figli non aspettiamo altro che un vostro cenno di assenso.

Madri, non mettete il naso.
Tagliatevelo, il naso.
Farebbe meglio a voi e ai vostri figli.

Le madrideglialtri sono esseri volubili.
Esseri mitologici a metà tra l'arpia e il Giano Bifronte.
Passano tutta la durata della storia che avete con il loro figlio a insinuarsi con il piede di porco tra voi e piangono lacrime amare quando ve ne siete andate.
Le madrideglialtri sono essere imperfetti ammantati in un alone di malinconia.

Siete indispensabili quando c'è da dare ragione nelle liti a tavola, e perfettamente inutili un secondo dopo.
Nel mio caso, la madre dell'altro, si aspettava che potessi fare l'ago della bilancia nelle faide famigliari. Credeva che io potessi perpetrare il suo rituale di disgregazione portato avanti anni, per ristabilire definitivamente la sua suprema Ragione e trasformare la sua vita in un eterno deserto.

Le madrideglialtri amavano analizzare le mosse della mia famiglia in maniera scientifica. Probabilmente avevano un taccuino su cui annotare le risposte agli interrogatori cui ero sottoposta. E poi amavano chiedere spiegazioni per tutte quelle azioni che portavano sgomento alla sua logica.

Le  madrideglialtri mi hanno fornito spunti sui quali potrei scrivere interi libri. Hanno forgiato il mio carattere e mi hanno suggerito cosa realmente non voglio.

Le madrideglialtri sottolineavano sempre e comunque che il proprio figlio non le avrebbe lasciate perchè "un figlio è per sempre".
Le madrideglialtri avrebbero fatto meglio a cagare un fottuto De Beers.

NB: Ogni riferimento a fatti, cose o madri degli altri è puramente casuale.
Nessuna madre degli altri è stata maltrattata prima, dopo o durante la scrittura di questo post.
NBI: La mia mamma è differente.



martedì 28 luglio 2015

Pink

Succede che, a Bologna, qualcuno si sia sentito talmente offeso dai magnifici manifesti di Viale Masini da decidere di cancellare nottetempo peni, vulve e seni sfigurando un intervento artistico di indubbio valore.



Pensate quanto devono sentirsi potenti quei peni, quelle vulve, quei seni, sotto la coperta di vernice. Semplici immagini in bianco e nero, senza occhi e senza volto, hanno mosso un drappello di benpensanti. 
Li hanno fatti uscire di casa
Li hanno guidati fin da Leroy Merlin.
Hanno fatto versare denaro sonante
Li hanno fatti venire a loro e agitare le braccia probabilmente di notte. 
Probabilmente in punta di piedi. 
Probabilmente traboccanti giustizia per il gesto coraggioso che assicura le pudenda al luogo buio cui appartengono.

Noi ci abbiamo perso.
Non solo per lo sfregio a un intervento temporaneo ma interessante.
Ci abbiamo perso per mano della prepotenza del perbenismo.

E per concludere ci tenevo a scrivere ancora pene, vulva, seni. Oppure cazzofigatette, che gli aulicismi non fanno per me.




martedì 30 giugno 2015

Over the rainbow

[#LoveWins è la storia di un contagio colorato e verace.
È la felicità del diritto che supera il pensiero  retrogrado e porta emancipazione schiacciando il pregiudizio. È l'unità dei 50 stati più influienti del mondo. È la speranza che soffia e sussurra all'orecchio di chi sa ascoltare "siamo tutti uguali".]



In questi giorni stiamo assistendo ad un fenomeno alquanto pittoresco, che nasce oltreoceano, si diffonde rapido sulla cresta dei social e si presenta fiero.
Per studiarlo non occorre andare lontano, basta proiettare lo sguardo all'origine dell'arcobaleno. Quell'interregno fantastico governato da nani che nascondono pignatte d'oro, Minipony e Orsetti del cuore.

La moltiplicazione del gay è un fenomeno che si propaga nei peggiori bar di provincia, in piazza, al supermercato, durante incontri occasionali sia  formali che informali. La sua folle corsa non pare dare segni di arresto.

Ultimamente tutti hanno amicighei, ma guarda caso ne hanno di più quelli che in fondo hanno paura.
Hanno amicighei quelli che li buttano in apertura nel discorso, specificando che sono tanti, come per incutere un po' di soggezione. "Ho tanti amicighei.." e te li trovi in assetto di piramide umana, issati a mo' di scudo. Praticamente un muro di Berlino, ma con più stile.
Quelli che hanno più' amicighei di tutti sono quelli che continuano la frase con un però.
Un però netto e pesante, tagliato con il coltello come a segnare una trincea.

"Di là amicighei! 
Andate tutti là.
E rimaneteci, che qui si sta stretti."

Così su Facebook e Twitter sono giorni d'inferno in cui la cronaca s'accosta a italianismi funambolici infarciti di opinioni inesatte.
Tutti dietro a ticchettettare su tastiere esauste 50 sfumature di bestialità riguardo le quali, sono certa, gli amicighei non sarebbero troppo d'accordo.

Tirateli fuori tutti questi amicighei!
Voglio guardarli mentre prendono le distanze da voi, che li definite amici, ma non pari a voi stessi.

Poi ci sono i figlinipotifratellighei, che sono una variante raffrorzativa, introdotti coattamente nel discorso al grido di "preferirei un figlionipotefratelloghei piuttosto che". Piuttosto cosa?

Spoiler:
"preferirei un figlionipotefratelloghei piuttosto che" non è una frase di apertura. Non sei tollerante e non avrai il nobel per la pace. Ritenta, sarai più fortunato.

I figlionipotefratelloghei sono nascosti nei discorsi a maggior tasso di disagio, e sono il frutto della fantasia di gente che spesso non merita ne' un figlio, ne' un nipote, ne' un fratello.

Immagino tavole domenicali popolatissime, presidiate da nonne molto avanti che cucinano matasse di tagliatelle al ragù, tortellini, lasagne fumanti e ogni tipo di leccornia che un nonna possa cucinare ai propri figlinipotifratelli. Che sono semplicemente figlinipotifratelli, quindi degni di essere rimpinzati di cibo grasso.


E adesso cantiamo insieme...


Bonustrack!




giovedì 8 gennaio 2015

Povero Charlie

Povero Charlie.

Povere matite con la mina spezzata, con la voce rotta, con le ginocchia sporche di vetro e sangue.
Poveri noi che restiamo con la voce altrettanto rotta.
Con la stupidità che ci scorre nelle orecchie, con gli occhi pieni di controsensi e clichè.

Rimbombano i golf anonimi di Salvini a cui tanti si stringeranno e a me si stringe il cuore a pensare a chi lo farà.
Quel che fa più rumore sono le bocche cucite, e il fatto che non sappiamo reagire ad una violenza così antica che vieta l'espressione.

Povero Charlie e poveri noi che rimaniamo quasi intonsi ma comunque impregnati di violenza. L'orrore entra sordo dalle immagini che non ci fanno più male, dai filmati di uccisioni inevitabili come i temporali primaverili.
Poveri noi che saltiamo da un lutto all'altro senza sapere dove convogliare la nostra sofferenza, senza sapere da cosa difenderci e quale nome dare alla nostra paura.

Povero Charlie e poveri noi, che alla fine scordiamo tutto.
Anche le tette di Belen offerte in omaggio votivo, che han fatto incazzare il web ma noi un po' di più.




lunedì 5 gennaio 2015

Shit detector

Ciclicamente incontro personaggi che riescono a convincermi della mia totale incapacità. E utilizzano una persuasione così sottile e materna che è praticamente impossibile mantenere qualcuna delle certezze faticosamente conquistate in trent'anni di vita. E' come un'ipnosi totale che mi culla e mi avvolge come un bozzolo dall'interno del quale divento imbranatissima e impacciata fin nel midollo.

Ok, l'autostima non è il mio forte.
Ma quando riprendo coscienza di me, mi ritrovo accartocciata come i ragni con le zampe lunghe colpiti dal getto d'acqua della doccia ormai prossimi ad un giro di giostra attraverso le tubature.

L'irragionevole dubbio mi tocca ad ogni rimostranza, allora ripercorro, analizzo e forse mi lascio convincere del torto compiuto. Ma è un lavoro stancante, un surriscaldamento di rotelle, un garbuglio nel quale non considero mai la malafede del pulpito da cui incessante arriva la predica.
Se avessi fatto una lista di buoni propositi, quest'anno mi regalerei il distacco e qualche punto fermo in più. Un cannocchiale da usare al contrario per allontanare le cose e vederle chiare, pur essendoci ancora terribilmente vicina.

La fiducia nel prossimo ed il sistematico dubbio su me stessa sono errori che compio sistematicamente e amo applicarlo scientificamente in tutte le micro e macro situazioni di tutti i giorni.
Così, nell'anno appena chiuso ho collezionato una bella quantità di pacchi, che essendo ancora in periodo natalizio potrebbero sembrare almeno ornamentali, invece no.

Ho creduto ciecamente alla buonafede di sconosciuti, come all'assoluta ragione di chi voleva per diritto mettermi i piedi in testa e difeso a spada tratta chi pretendeva ancora dopo aver già preso a piene mani.

Credo di non poter rinunciare alla fiducia che ripongo nel prossimo. Sono troppo empatica per sottrarmi al meccanismo di immedesimazione. Probabilmente mi manca "quella" rotella nel cervello. Allora forse mi servirebbe un rilevatore di stronzi.

L'immagino spigoloso, dal gusto retrò anni '80, con lancette e segnalatori acustici. Molto simile al rilevatore di attività psicocinetica di Egon ne "I Ghostbusters". Quelle antenne che non ho, luminose, iper-reattive  tutte tese ad ascoltre le profonde inclinazioni degli interlocutori.
Il mio rilevatore avrebbe range precisissimi in cui collocare le cinquanta sfumature di merda: dallo stronzetto al pezzo di merda, passando alla colata diarroica alla fece caprina. Nessuno capirebbe il perché di tanta attenzione ad uno scatolone del genere ed io gongolerei segretamente al comparire di ogni epiteto immaginale sul display a cristalli liquidi a pixel di 3 mm per lato.
Un rilevatore di stronzi. Il perfetto oggetto per un vivere più quieto condotto azzerando la dissipazione energetica.

Forse è presto per scrivere nuovamente a Babbo Natale, ma ci sto pensando seriamente.



giovedì 1 gennaio 2015

L'anno che verrà

Esiste uno strano motivo per il quale sul finire dell'anno si fa una conta di morti e feriti.
Si stilano classifiche, si prendono appunti, si ripassano gli ultimi 365 giorni per avere una esatta stima del quantitativo di merda accumulata sul parabrezza della vita.
C'è una sorta di accanimento tragicomico nel selezionare e rivivere tutti i "meno" degli ultimi tempi per capire fino a che punto possa spingersi l'autocommiserazione, salvo poi sbarazzarsi di una zavorra nemmeno troppo simbolica e brindare ammiccanti al #primoselfie2015.

Non sono immune a questa sindrome, io come tutti, in questi giorni ho rimuginato. Tra un malessere e l'altro, senza neppure arrivare al selfie che non avrei fatto comunque.
Mentre pensavo a perché gli anni che cominciano debbano essere migliori, sono stata colta da una ovvia considerazione.
La positività è un gesto semplice che dobbiamo a noi stessi.
Non c'è nulla di male nel pensare che le cose possano essere diverse e migliori. Ci si sente meglio e liberi dalle nuvole pesanti prodotte da un vortice di pensieri nefasti, pronti a partire e muovere le montagne.

Non è stato un anno leggero. Da qualsiasi punto cerchi di guardarlo, sono stati mesi complicati in cui ho dovuto scontrarmi con la crisi, il lavoro, la burocrazia e tutte quelle cose serie da telegiornale.
E' stato un ciclo concluso però. Ho -abbiamo- un foglio nuovo e pulito che merita di essere iniziato con la migliore delle grafie.
Questo è il mio augurio a tutti voi.
Abbiate il coraggio di scrivere ciò che volete, scegliendo le righe che volete. Disegnate al netto di strascichi e malumori. Leggete con occhi nuovi e ringraziate sempre.

Io, per concludere, voglio segnarmi qui le cose preziose che mi lascia in eredità l'anno che muore, dimenticando tutto il resto.


  1. Il cofanetto di Murakami che devo ancora iniziare
  2. Il tasto reset per le situazioni complicate, non sempre funziona ma è bello sapere di poterlo usare
  3. Tre lavori diversi, professionalità diverse, esperienze diverse
  4. Una squadra a cui appartenere e con cui fare l'impossibile, anche se per poco
  5. Un capo che entra nel cuore e rimane capo anche quando il lavoro insieme finisce
  6. Aiutare le persone, anche al prezzo di scoprire di aver preso granchi
  7. Ritrovare amici cari e sapere che gli anni mettono solo la polvere sul cuore, ma non cambiano le persone
  8. Rocco, non il mio gatto e neppure l'esperto di tuberi, il migliore che potessi desiderare 
  9. Un nuovo programma alla radio, nuovi progetti e nuove idee..e la giusta compagna di malefatte
  10. I miei amici e la mia famiglia: selezionatissimi portatori di grande valore.




Di questa non ho trovato il video, purtroppo.


sabato 15 novembre 2014

L'omino dei selfie

Internet insegna che credersela e raccontarsela, aggrappandosi indefessamente alla propria autostima, sono metodi di infallibile successo.
Così per essere bellissima basta credere e raccontare di essere bellissima; poco a poco gli altri iniziano ad accorgersi di questa evocata bellezza e a sostenerla fermamente.
A parte qualche #epicfail il risultato è garantito a patto che non siate cessi fotonici e che la fede in voi stessi non vacilli mai.

Se davvero vi interessa essere ricordati come les plus beaux e allora forse siete tra le pagine sbagliate.

In ogni caso, esistono persone che costruiscono il loro profilo telematico con il chiaro intento di comunicare la propria sopraffina fisicità, e per perseguire questo scopo mettono a punto delle vere e proprie strategie di bombardamento fotografico.



Non è mia intenzione giudicare questo tipo di approccio al magico mondo del vuvuvù e non lo farò tra queste righe. Vorrei piuttosto porre l'accento sull'incredibile lavoro di scatti che queste persone compiono ora dopo ora.
Mi immagino signorine perfette, con le unghie laccate, che vanno a zonzo per il centro cittadino, munite di borse ingombranti dalle quali al momento più opportuno tirano fuori piccoli uomini addetti ai selfie; gnomi senz'ascia ridotti in schiavitù, alti come puffi  duemeleopocopiù che risvegliati da un sonno in Vuitton rotolano fuori dal secchiello griffato e si posizionano con lo smartphone pronto allo scatto.
L'omino del selfie.
Perchè quelle che sono belle davvero non accettano uno scatto deformato in cui si possa intravedere un braccio che appare meno che perfetto.
L'omino del selfie.
Perchè il bastone è da nonni o sportivi o poveri.



L'ometto deve seguire direttive severissime: sa qual è il profilo migliore della sua padrona e quali sono le inquadrature da evitare. L'omino deve essere sempre pronto a sbucare dalla borsa perché qualsiasi momento potrebbe essere perfetto per una foto. Non so, non sono sicura.. ma un buon ometto dovrebbe poi avere un minimo di nozioni di trucco o almeno tamponare la propria bella con una carina anti-lucido prima di scattarle una pic.

Questo mi immagino.
Me lo immagino con un pile addosso e la febbre.
[Per me c'è sempre voluta troppa costanza per essere perfetti, per avere capelli perfetti, trucco perfetto e il vestito giusto]

L'omino dei selfie.
Perché deve esistere una figura professionale diversa dall'amico disoccupato o morto di figa che tutti i giorno segue la bella consegnando alla storia tutti i suoi cambi di look. E perché diversamente essere amico della bella sarebbe un inferno. O un lavoro.
E perché fondamentalmente chiunque alla terza proposta di scatto nel giro di dieci minuti sarebbe legittimato a mandare a fare in culo il richiedente.

[io mi sentirei stupida ed impacciata al primo mifaiunafoto]