Succede, da qualche anno a questa parte, che l'inizio di ottobre coincida con la ripartenza di qualche progetto radiofonico.
Quest'autunno ha portato un singolare e volutissimo regalo.
L'on air di Radio Frequenza Appennino che è la webradio che mi ha tenuto a battesimo e Le Sushettes.
Frequenza Appennino, di per se non sarebbe una novità, se non fosse che durante la scorsa primavera le prospettive della radio della collina bolognese non erano le più rosee.
Per questo io, Donato, Gimmi e Luca ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo ricostruito con tanta determinazione quella che oggi è una bellissima realtà formata da parecchi programmi e una ventina di redattori.
E poi ci sono Le Sushettes che più che una rubrica di RFA è ciò che è succede a scontrare due zucche dure: la mia e quella di Sara, la Gee.
Io e La Gee (diminutivo de La Geeri) ci siamo incontrate in maniera piuttosto anticonvenzionale, durante l'unica ricerca via rete che abbia mai effettuato per andare a vedere un concerto.
GS: "Qualcuno va a vedere Elio stasera?"
SG: "Presa!"
Tempo di reazione 10 secondi netti, un record, se pensi che quel presa porta dentro un annusata canina ricolma di curiosità-interesse-ammirazione. Approvata.
Da Elio a oggi, tra me e La Gee ci sono stati:
sushi
confessioni
scambi d'opinioni su materie prettamente femminili
birre
trash
sushi
momenti di scazzo condiviso
musica anni '60
selfie con maschera facciale in corso -il massimo livello di fiducia tra femmine social-
risate da sentire in tensione ogni muscolo del corpo
video di gatti
qualche piantarello
sindromi premestruali
sushi
pacche sulle spalle
concerti e scambi di vedute sul mondo musicale
suhi
drammi esistenziali
birra
sushi
Per questo fiume di sushi e parole la mia esperienza radiofonica non poteva più fare a meno della Gee, quindi, già dall'anno scorso, abbiamo iniziato a disegnare l'idea che ci avrebbe unite davanti ad un microfono. E per meglio contenerci, questo bozzolo avrebbe dovuto comprendere cose a caso di donne, gatti a tempo di beat, trash, giapponesate e sushi.
Le Sushettes, la creatura di cui vi parlo un secondo dopo averla rodata, è la rubrica che potete ascoltare tutti i martedì dalle 20.00 e in replica il venerdì alle 18.00 su www.frequenzappennino.com.
Io e la Gee vi teniamo compagnia per 60 minuti durante i quali daremo spazio a quella cultura nipponica che ci ha decimato i neuroni durante gli anni '80.
#jappydays #fukushettes #tsingtsing sono gli hashtag che governano il nostro tempo on air, una matrioska di momenti sui quali domina #astrokaiten, l'innovativo metodo di divinazione del kaiten che predice l'andamento settimanale dei segni del sushi.
Ci sono canzoni come foglie.
Alcune hanno venature di colori bellissimi.
Altre scricchiolano nel momento in cui le fai ripartire.
Come foglie le canzoni ti si appiccicano addosso, alcune fanno un mucchio croccante, altre sfaldano e rimangono lacere sotto le suole, altre avvolgono come mantelli regali.
Ci sono canzoni che ascolteresti a non finire, poi la musica smette e il ricordo cancella.
Ci sono tracce fondamentali, appassite, annegate, perdute.
Ci sono melodie che ti tengono appeso e si insinuano dentro ai polmoni. E quando escono fanno un po' male, di quel dolore pungente dell'aria fredda nei respiri invernali troppo profondi.
Ci sono canzoni che odorano.
Sono rimaste a macerare.
Non profumano.
Ci sono soltanto canzoni.
Ci sono canzoni che non conosco, ma sono tutte qui e mi rendono forte e stupida e malinconica.
Melodie suonate piano per amare, graffi di note che sbavano il rimmel, variazioni lente che scavano il cuore.
L'iride è la mia parrucchiera.
Chi mi conosce sa che l'Iride è la mia parrucchiera perché ne parlo spesso: qualche volta la temo e qualche volta la imito, ma la maggior parte delle volte la adoro.
L'Iride è un Guru, il suo salone è una palestra di vita e farsi tagliare i capelli da lei è sicuramente un'esperienza.
L'Iride va aggettivata sempre perché è romagnola e perché è l'Iride.
La prima volta che sono andata da lei era il 2001 e dovevo rimediare a delle meches orrende che mi facevano sembrare una ragazza dell'est; mi disse, con quel suo modo forte e roco:
"Chi viene da me e poi va da altre parti, stai tranquilla che ritorna".
Così fu.
L'Iride ha i capelli biondi e mossi, li tiene fermi con un nastro alla Madonna-like a virgin anche se nell'84 era più grande di Madonna, che l'età delle signore non si dice, ma io devo spiegarvi il soggetto. C'è una complicità tra di noi che è propria delle donne dispari, di quegli spiriti un po' ruvidi a cui non vanno a genio i convenevoli. E passi per quel che mi riguarda, ma il convenevole nella vita di una parrucchiera è pari solo alla quantità di gossip subito, una delle altre cose che ci fanno cagare.
L'iride è inarrestabile: nella sua vita non ha mai smesso di aggiornarsi, di andare a Londra a seguire le nuove tendenze e i nuovi colori, che è una cosa semplice se ci pensi, ma mica tutti lo fanno. Quando parte per un aggiornamento si gasa e quando torna è un uragano con le forbici in mano, ma poi le vien la malétta.
- Sai cos'è la malétta in romagnolo? E' quando c'hai due maroni talmente grandi che ti strisciano per terra.-
Te lo credo, anche a me verrebbe se tornata dal corso di Toni & Guy avessi decine di cachet azzurrini da fare alle vecchiette.
E allora quando vado dall'Iride lei è contenta, perché abbiamo stretto un sodalizio che si colloca a metà tra la nipotanza e la subordinazione cavia-scienziato pazzo.
Quando voglio far crescere i capelli, sento che è come se la deludessi un po'e le mie richieste vengono accontentate con mestizia. Quando voglio cambiare l'Iride c'è, si illumina, tira fuori tutti i suoi cataloghi, propone ed esclama "Te lascia fare alla tua vecchia!".
I tagli dell'Iride sono a buon rendere, nel senso che danno il meglio con il tempo e solitamente sono perfetti a due settimane dalla seduta.
Durano tre mesi. Non un giorno di meno, ne uno di più. C'è un tempo tecnico in cui il taglio "sfiorisce" ma comunque per un bel po' stai sereno.
I tagli dell'Iride non fanno per te se vuoi un carrè, le lunghezze tutte uguali o se non puoi soffrire l'asimmetrico.
Tendenzialmente l'Iride fa quello che vuole lei perché è più brava dei clienti a capire di cosa ha bisogno un viso e se hai delle aspettative di avere "i capelli come" allora lascia perdere perchè lei scava e sfila con quelle forbici fino a trovare il tuo viso. Non quello che avevi immaginato, ma quello che hai. E lo sa fare davvero bene.
Così stamattina sono andata dall'Iride e le ho chiesto di cambiare.
Le ho spiegato come, le ho proposto un asimmetrico e l'ho vista caricarsi dell'entusiasmo di un bambino.
Com'è andata decidetelo voi.
Io mi sento come se qualcuno mi avesse tolto di dosso una coperta pesante.
Il refrain dell'ironia -accessorio indispensabile fornito direttamente nella scatola del vùvùvù- arriva sempre puntuale da chi non ha neppure letto la definizione da dizionario. Ve la fornisco io, cari. Così non dovete fare lo sforzo mondieau! di aprirlo, il dizionario. Ironia i·ro·nì·a/ sostantivo femminile Alterazione spesso paradossale, allo scopo di sottolineare la realtà di un fatto mediante l'apparente dissimulazione della sua vera natura o entità Lo scudo dell'ironia. Il toccco-blu-non-gioco-più dei quasi grandi. Uno specchio riflesso, una tana, un pace libera tutti che poi non libera un bel cazzo di niente. Una qualsiasi di quelle paroline magiche che, piccoli, liberava da ogni male. Tua madre è puttana --> ironia Morti di figa --> ironia Troia --> ironia Tutte le offese del mondo, attraverso la bacchetta magica dell'ironia dovrebbero diventare piacevoli calembour, secondo chi la utilizza a casaccio. E per di più, ogni volta che si prova a fare luce sull'essenza di questo vocabolo si viene tacciati come stronzi permalosi e ottusi. Insomma, se sei buono ti tirano le pietre, etc. Per non parlare poi delle morti celebri, della politica, del calcio e di tutte quelle cosucce di cui pullulano i social e che, nel giro di tre commenti, finiscono a coltellate virtuali.
Per facilitare quelli che proprio non ce la fanno mai, nemmeno una volta nella vita, ho pensato a un piccolo schema per capire se è davvero ironia oppure merda.
Ed ecco il consueto video, un po' ovvio a questo giro, ma mi perdonerete.
L'estate agli sgoccioli ha sempre fatto schifo, perché il tempo si rompe, va in pezzi, ti toglie calore e certezze.
Toglie certezze anche non trovare nulla di buono nell'armadio e trovarsi vestiti random ma coi sandali aperti nelle pozzanghere.
Io me la ricordo, dell'estate finita, dai tempi dei Righeira.
Avevo pochi anni, ma ripetevo quelle parole trovando loro una forma. L'estate sta finendo - un'alternanza stagionale inedita. Sto diventando grande, lo sai che non mi va.
Queste parole mi sono scese nel petto da bambina, non perché siano dense di poesia o ricercate o importanti, ma solo perché mi costringevano a constatare che effettivamente a ogni ascolto un anno era passato.
Così ci risiamo anche oggi, pronti a celebrare con mestizia il rito della vigilia della fine dell'estate.
E come sempre il porto sicuro di ogni moto di malinconia è lo specchio sociale che il mondo del vùvùvù ci mette a disposizione.
Forse perché la nostalgia, oltre a essere canaglia, crediamo ci lasci un alone di mistero addosso, ci renda più appetibili o ci regali quel tratto caratteristico di cui fondamentalmente siamo privi.
Allora via al compianto: Solamente martedì scorso eravamo qui *foto in costume o panorama istigatore di violenze* Domani si torna in ufficio *lacrimuccia* Non posso credere sia tutto finito
Non puoi credere sia tutto finito. Io invece posso.
Ma che cazzi, sei stato in vacanza un mese filato, hai fatto più tappe di Mr. Fogg nel Giro del mondo in 80 giorni! E nonostante tu abbia visitato solo luoghi esteri, hai aggiornato status su tutte le piattaforme social in tempo reale, minuto per minuto.
Dimmi, hai dovuto vendere un rene a TIM oppure caghi Wi-Fi?
No perché io ho fatto molta fatica durante le giornate di rovesci temporaleschi, che hanno occupato tre quarti della mia vacanza, a trovare una sola connessione stabile.
E no, non volevo un Wi-Fi per postare le mie foto in costume, volevo solo scrivere a mia madre che nonostante
- la cistite - le inondazioni - le cavallette - il mal di gola
era tutto ok e che, anzi, ero felice.
Sono felice.
Quindi, no, non mi appassionano le finte mestizie per la fine dell'estate e i valzer sulla fugacità delle vacanze estive non mi appartengono.
Sto diventando grande, lo sai che non mi va.
PS: ma che fatica trovare una cover di questa canzone. Stavo per cantarvela io.
Volevo dirti che forse ieri c'erano le quadrature astronomiche giuste, forse è stato il caldo al quale stiamo attribuendo colpe di tutto, forse non lo so nemmeno io.
Fatto sta che mi sono ritrovata a mandare quella mail di cui parlavamo l'ultima volta che ci siamo visti.
E' strano pensare a tutte le parole invisibili che si nascondono dietro a comunicati sintetici.
Queste lettere gonfie come fagotti, ricolme di messaggi soltanto pensati, pesanti di tutto quello che non bisogna scrivere.
Mail traboccanti vento come vele spiegate.
Un' assurdità di pixel e mare.
Forse è il caldo al quale stiamo attribuendo tutte le colpe.
E' consolante credere che ci siano momenti circostanziati in cui davvero la vita può finire da un'altra parte, dalla parte giusta, soltanto premendo invio.
Io penso che non esistano un prima e un dopo nel fare le cose, che le cose le fai esattamente quando puoi farle. Può sembrare una visione fatalista, e probabilmente lo è. Ma alla fine va sempre come dico io. Le cose accadono quando possono. Siamo noi che per paranoia ne facciamo una questione di prima e dopo.
Forse è il caldo al quale stiamo attribuendo tutte le colpe.
Ti lascio e ti ringrazio per parole vecchie di anni, che hanno viaggiato, si sono perse ma sono tornate alle mie orecchie nel momento preciso in cui servivano.
Vado a dormire e col cuscino girato dalla parte dei piedi, altrimenti non è vero caldo.
Non so se il pene porti pene, sicuramente porta scompiglio.
Specialmente se il pene in questione è attaccato ad uno degli uomini più sexy del pianeta.
Sto parlando di Lenny Kravitz, icona del rock internazionale, che durante l'esibizione di Stoccolma si è trovato letteralmente nudo sul palco a causa di un cedimento strutturale dei pantaloni in pelle super aderenti.
Il web si è commosso, indignato, nobilitato, crowfuso contemporaneamente.
Fioccano le condivisioni e sfottò.
Le cyberfemmine sono le più agguerrite: centimetro alla mano misurano, scrinsciottano, moviolano ancora ed ancora ed ancora il pistulino del Lenny.
E' graande, è piccolo, ha il piercing.
E nelle orecchie ho ancora il #YoLaTengoComoTodas della Pausini, che aveva mostrato le pudenda altrettanto accidentalmente, e invece era stata accusata di fare marketing disonesto.
Dalle stesse donne che hanno riguardato frammento per frammento il video di Lenny desnudo, inforcando il monocolo da orefice.
Dopotutto pensavo meglio.
Certo, dobbiamo fare i conti con un feticcio svelato. Le migliaia di donne che sognavano segretamente l'intimità di Kravitz devono fare i conti con una fisicità rivelata che probabilmente non le soddisfa quanto le fantasie chilometriche esenti da piercing.
E se le star si rivelano non all'altezza -o sottodimensionate- una soluzione sana e poco costosa c'è:
Signore, stasera smutandate vostro marito.
Le madrideglialtri son sempre più verdi.
D'invidia.
Signore madri, non capisco perchè.
Noi ragazze dei vostri figli non aspettiamo altro che un vostro cenno di assenso.
Madri, non mettete il naso.
Tagliatevelo, il naso.
Farebbe meglio a voi e ai vostri figli.
Le madrideglialtri sono esseri volubili.
Esseri mitologici a metà tra l'arpia e il Giano Bifronte.
Passano tutta la durata della storia che avete con il loro figlio a insinuarsi con il piede di porco tra voi e piangono lacrime amare quando ve ne siete andate.
Le madrideglialtri sono essere imperfetti ammantati in un alone di malinconia.
Siete indispensabili quando c'è da dare ragione nelle liti a tavola, e perfettamente inutili un secondo dopo.
Nel mio caso, la madre dell'altro, si aspettava che potessi fare l'ago della bilancia nelle faide famigliari. Credeva che io potessi perpetrare il suo rituale di disgregazione portato avanti anni, per ristabilire definitivamente la sua suprema Ragione e trasformare la sua vita in un eterno deserto.
Le madrideglialtri amavano analizzare le mosse della mia famiglia in maniera scientifica. Probabilmente avevano un taccuino su cui annotare le risposte agli interrogatori cui ero sottoposta. E poi amavano chiedere spiegazioni per tutte quelle azioni che portavano sgomento alla sua logica.
Le madrideglialtri mi hanno fornito spunti sui quali potrei scrivere interi libri. Hanno forgiato il mio carattere e mi hanno suggerito cosa realmente non voglio.
Le madrideglialtri sottolineavano sempre e comunque che il proprio figlio non le avrebbe lasciate perchè "un figlio è per sempre".
Le madrideglialtri avrebbero fatto meglio a cagare un fottuto De Beers.
NB: Ogni riferimento a fatti, cose o madri degli altri è puramente casuale. Nessuna madre degli altri è stata maltrattata prima, dopo o durante la scrittura di questo post. NBI: La mia mamma è differente.
Succede che, a Bologna, qualcuno si sia sentito talmente offeso dai magnifici manifesti di Viale Masini da decidere di cancellare nottetempo peni, vulve e seni sfigurando un intervento artistico di indubbio valore.
Pensate quanto devono sentirsi potenti quei peni, quelle vulve, quei seni, sotto la coperta di vernice. Semplici immagini in bianco e nero, senza occhi e senza volto, hanno mosso un drappello di benpensanti.
Li hanno fatti uscire di casa
Li hanno guidati fin da Leroy Merlin.
Hanno fatto versare denaro sonante
Li hanno fatti venire a loro e agitare le braccia probabilmente di notte.
Probabilmente in punta di piedi.
Probabilmente traboccanti giustizia per il gesto coraggioso che assicura le pudenda al luogo buio cui appartengono.
Noi ci abbiamo perso. Non solo per lo sfregio a un intervento temporaneo ma interessante. Ci abbiamo perso per mano della prepotenza del perbenismo.
E per concludere ci tenevo a scrivere ancora pene, vulva, seni. Oppure cazzofigatette, che gli aulicismi non fanno per me.
[#LoveWins è la storia di un contagio colorato e verace.
È la felicità del diritto che supera il pensiero retrogrado e porta emancipazione schiacciando il pregiudizio. È l'unità dei 50 stati più influienti del mondo. È la speranza che soffia e sussurra all'orecchio di chi sa ascoltare "siamo tutti uguali".]
In questi giorni stiamo assistendo ad un fenomeno alquanto pittoresco, che nasce oltreoceano, si diffonde rapido sulla cresta dei social e si presenta fiero.
Per studiarlo non occorre andare lontano, basta proiettare lo sguardo all'origine dell'arcobaleno. Quell'interregno fantastico governato da nani che nascondono pignatte d'oro, Minipony e Orsetti del cuore.
La moltiplicazione del gay è un fenomeno che si propaga nei peggiori bar di provincia, in piazza, al supermercato, durante incontri occasionali sia formali che informali. La sua folle corsa non pare dare segni di arresto.
Ultimamente tutti hanno amicighei, ma guarda caso ne hanno di più quelli che in fondo hanno paura.
Hanno amicighei quelli che li buttano in apertura nel discorso, specificando che sono tanti, come per incutere un po' di soggezione. "Ho tanti amicighei.." e te li trovi in assetto di piramide umana, issati a mo' di scudo. Praticamente un muro di Berlino, ma con più stile.
Quelli che hanno più' amicighei di tutti sono quelli che continuano la frase con un però.
Un però netto e pesante, tagliato con il coltello come a segnare una trincea.
"Di là amicighei!
Andate tutti là.
E rimaneteci, che qui si sta stretti."
Così su Facebook e Twitter sono giorni d'inferno in cui la cronaca s'accosta a italianismi funambolici infarciti di opinioni inesatte.
Tutti dietro a ticchettettare su tastiere esauste 50 sfumature di bestialità riguardo le quali, sono certa, gli amicighei non sarebbero troppo d'accordo.
Tirateli fuori tutti questi amicighei!
Voglio guardarli mentre prendono le distanze da voi, che li definite amici, ma non pari a voi stessi.
Poi ci sono i figlinipotifratellighei, che sono una variante raffrorzativa, introdotti coattamente nel discorso al grido di "preferirei un figlionipotefratelloghei piuttosto che". Piuttosto cosa?
Spoiler:
"preferirei un figlionipotefratelloghei piuttosto che" non è una frase di apertura. Non sei tollerante e non avrai il nobel per la pace. Ritenta, sarai più fortunato.
I figlionipotefratelloghei sono nascosti nei discorsi a maggior tasso di disagio, e sono il frutto della fantasia di gente che spesso non merita ne' un figlio, ne' un nipote, ne' un fratello.
Immagino tavole domenicali popolatissime, presidiate da nonne molto avanti che cucinano matasse di tagliatelle al ragù, tortellini, lasagne fumanti e ogni tipo di leccornia che un nonna possa cucinare ai propri figlinipotifratelli. Che sono semplicemente figlinipotifratelli, quindi degni di essere rimpinzati di cibo grasso.
Povere matite con la mina spezzata, con la voce rotta, con le ginocchia sporche di vetro e sangue.
Poveri noi che restiamo con la voce altrettanto rotta.
Con la stupidità che ci scorre nelle orecchie, con gli occhi pieni di controsensi e clichè.
Rimbombano i golf anonimi di Salvini a cui tanti si stringeranno e a me si stringe il cuore a pensare a chi lo farà.
Quel che fa più rumore sono le bocche cucite, e il fatto che non sappiamo reagire ad una violenza così antica che vieta l'espressione.
Povero Charlie e poveri noi che rimaniamo quasi intonsi ma comunque impregnati di violenza. L'orrore entra sordo dalle immagini che non ci fanno più male, dai filmati di uccisioni inevitabili come i temporali primaverili.
Poveri noi che saltiamo da un lutto all'altro senza sapere dove convogliare la nostra sofferenza, senza sapere da cosa difenderci e quale nome dare alla nostra paura.
Povero Charlie e poveri noi, che alla fine scordiamo tutto.
Anche le tette di Belen offerte in omaggio votivo, che han fatto incazzare il web ma noi un po' di più.
Ciclicamente incontro personaggi che riescono a convincermi della mia totale incapacità. E utilizzano una persuasione così sottile e materna che è praticamente impossibile mantenere qualcuna delle certezze faticosamente conquistate in trent'anni di vita. E' come un'ipnosi totale che mi culla e mi avvolge come un bozzolo dall'interno del quale divento imbranatissima e impacciata fin nel midollo.
Ok, l'autostima non è il mio forte.
Ma quando riprendo coscienza di me, mi ritrovo accartocciata come i ragni con le zampe lunghe colpiti dal getto d'acqua della doccia ormai prossimi ad un giro di giostra attraverso le tubature.
L'irragionevole dubbio mi tocca ad ogni rimostranza, allora ripercorro, analizzo e forse mi lascio convincere del torto compiuto. Ma è un lavoro stancante, un surriscaldamento di rotelle, un garbuglio nel quale non considero mai la malafede del pulpito da cui incessante arriva la predica.
Se avessi fatto una lista di buoni propositi, quest'anno mi regalerei il distacco e qualche punto fermo in più. Un cannocchiale da usare al contrario per allontanare le cose e vederle chiare, pur essendoci ancora terribilmente vicina.
La fiducia nel prossimo ed il sistematico dubbio su me stessa sono errori che compio sistematicamente e amo applicarlo scientificamente in tutte le micro e macro situazioni di tutti i giorni.
Così, nell'anno appena chiuso ho collezionato una bella quantità di pacchi, che essendo ancora in periodo natalizio potrebbero sembrare almeno ornamentali, invece no.
Ho creduto ciecamente alla buonafede di sconosciuti, come all'assoluta ragione di chi voleva per diritto mettermi i piedi in testa e difeso a spada tratta chi pretendeva ancora dopo aver già preso a piene mani.
Credo di non poter rinunciare alla fiducia che ripongo nel prossimo. Sono troppo empatica per sottrarmi al meccanismo di immedesimazione. Probabilmente mi manca "quella" rotella nel cervello. Allora forse mi servirebbe un rilevatore di stronzi.
L'immagino spigoloso, dal gusto retrò anni '80, con lancette e segnalatori acustici. Molto simile al rilevatore di attività psicocinetica di Egon ne "I Ghostbusters". Quelle antenne che non ho, luminose, iper-reattive tutte tese ad ascoltre le profonde inclinazioni degli interlocutori.
Il mio rilevatore avrebbe range precisissimi in cui collocare le cinquanta sfumature di merda: dallo stronzetto al pezzo di merda, passando alla colata diarroica alla fece caprina. Nessuno capirebbe il perché di tanta attenzione ad uno scatolone del genere ed io gongolerei segretamente al comparire di ogni epiteto immaginale sul display a cristalli liquidi a pixel di 3 mm per lato.
Un rilevatore di stronzi. Il perfetto oggetto per un vivere più quieto condotto azzerando la dissipazione energetica.
Forse è presto per scrivere nuovamente a Babbo Natale, ma ci sto pensando seriamente.
Esiste uno strano motivo per il quale sul finire dell'anno si fa una conta di morti e feriti.
Si stilano classifiche, si prendono appunti, si ripassano gli ultimi 365 giorni per avere una esatta stima del quantitativo di merda accumulata sul parabrezza della vita.
C'è una sorta di accanimento tragicomico nel selezionare e rivivere tutti i "meno" degli ultimi tempi per capire fino a che punto possa spingersi l'autocommiserazione, salvo poi sbarazzarsi di una zavorra nemmeno troppo simbolica e brindare ammiccanti al #primoselfie2015.
Non sono immune a questa sindrome, io come tutti, in questi giorni ho rimuginato. Tra un malessere e l'altro, senza neppure arrivare al selfie che non avrei fatto comunque.
Mentre pensavo a perché gli anni che cominciano debbano essere migliori, sono stata colta da una ovvia considerazione.
La positività è un gesto semplice che dobbiamo a noi stessi.
Non c'è nulla di male nel pensare che le cose possano essere diverse e migliori. Ci si sente meglio e liberi dalle nuvole pesanti prodotte da un vortice di pensieri nefasti, pronti a partire e muovere le montagne.
Non è stato un anno leggero. Da qualsiasi punto cerchi di guardarlo, sono stati mesi complicati in cui ho dovuto scontrarmi con la crisi, il lavoro, la burocrazia e tutte quelle cose serie da telegiornale.
E' stato un ciclo concluso però. Ho -abbiamo- un foglio nuovo e pulito che merita di essere iniziato con la migliore delle grafie.
Questo è il mio augurio a tutti voi.
Abbiate il coraggio di scrivere ciò che volete, scegliendo le righe che volete. Disegnate al netto di strascichi e malumori. Leggete con occhi nuovi e ringraziate sempre.
Io, per concludere, voglio segnarmi qui le cose preziose che mi lascia in eredità l'anno che muore, dimenticando tutto il resto.
Il cofanetto di Murakami che devo ancora iniziare
Il tasto reset per le situazioni complicate, non sempre funziona ma è bello sapere di poterlo usare
Tre lavori diversi, professionalità diverse, esperienze diverse
Una squadra a cui appartenere e con cui fare l'impossibile, anche se per poco
Un capo che entra nel cuore e rimane capo anche quando il lavoro insieme finisce
Aiutare le persone, anche al prezzo di scoprire di aver preso granchi
Ritrovare amici cari e sapere che gli anni mettono solo la polvere sul cuore, ma non cambiano le persone
Rocco, non il mio gatto e neppure l'esperto di tuberi, il migliore che potessi desiderare
Un nuovo programma alla radio, nuovi progetti e nuove idee..e la giusta compagna di malefatte
I miei amici e la mia famiglia: selezionatissimi portatori di grande valore.
Internet insegna che credersela e raccontarsela, aggrappandosi indefessamente alla propria autostima, sono metodi di infallibile successo.
Così per essere bellissima basta credere e raccontare di essere bellissima; poco a poco gli altri iniziano ad accorgersi di questa evocata bellezza e a sostenerla fermamente.
A parte qualche #epicfail il risultato è garantito a patto che non siate cessi fotonici e che la fede in voi stessi non vacilli mai.
Se davvero vi interessa essere ricordati come les plus beaux e allora forse siete tra le pagine sbagliate.
In ogni caso, esistono persone che costruiscono il loro profilo telematico con il chiaro intento di comunicare la propria sopraffina fisicità, e per perseguire questo scopo mettono a punto delle vere e proprie strategie di bombardamento fotografico.
Non è mia intenzione giudicare questo tipo di approccio al magico mondo del vuvuvù e non lo farò tra queste righe. Vorrei piuttosto porre l'accento sull'incredibile lavoro di scatti che queste persone compiono ora dopo ora.
Mi immagino signorine perfette, con le unghie laccate, che vanno a zonzo per il centro cittadino, munite di borse ingombranti dalle quali al momento più opportuno tirano fuori piccoli uomini addetti ai selfie; gnomi senz'ascia ridotti in schiavitù, alti come puffi duemeleopocopiù che risvegliati da un sonno in Vuitton rotolano fuori dal secchiello griffato e si posizionano con lo smartphone pronto allo scatto.
L'omino del selfie.
Perchè quelle che sono belle davvero non accettano uno scatto deformato in cui si possa intravedere un braccio che appare meno che perfetto.
L'omino del selfie.
Perchè il bastone è da nonni o sportivi o poveri.
L'ometto deve seguire direttive severissime: sa qual è il profilo migliore della sua padrona e quali sono le inquadrature da evitare. L'omino deve essere sempre pronto a sbucare dalla borsa perché qualsiasi momento potrebbe essere perfetto per una foto. Non so, non sono sicura.. ma un buon ometto dovrebbe poi avere un minimo di nozioni di trucco o almeno tamponare la propria bella con una carina anti-lucido prima di scattarle una pic.
Questo mi immagino.
Me lo immagino con un pile addosso e la febbre.
[Per me c'è sempre voluta troppa costanza per essere perfetti, per avere capelli perfetti, trucco perfetto e il vestito giusto]
L'omino dei selfie.
Perché deve esistere una figura professionale diversa dall'amico disoccupato o morto di figa che tutti i giorno segue la bella consegnando alla storia tutti i suoi cambi di look. E perché diversamente essere amico della bella sarebbe un inferno. O un lavoro.
E perché fondamentalmente chiunque alla terza proposta di scatto nel giro di dieci minuti sarebbe legittimato a mandare a fare in culo il richiedente.
[io mi sentirei stupida ed impacciata al primo mifaiunafoto]
Whatsapp è il principale responsabile delle crisi di panico nelle ultime 48 ore.
Tanta agitazione è riconducibile all'inserimento della funzione che consente di sapere se il messaggio inviato è stato effettivamente letto dal destinatario.
Gli articoli su blog e siti d'informazione si stanno moltiplicando minuto per minuto, si è corsi ai ripari per capire come aggirare il problema e per negare la certezza al mittente del messaggio; abbiamo stilato decaloghi, consigli, spoiler, alert e chi più ne ha più ne metta (qui i suggerimenti de Il Post) ma a me sfugge ancora una cosa fondamentale: Whatsapp non è nato per recapitare messaggi?
Tutto quello che ci passa per le mani giornalmente è un veicolo per rispondere alla nostra innata necessità di comunicare.
Inizialmente era comunicazione verbale, poi le informazioni hanno cavalcato i media espandendosi ed amplificandosi; infine tramite la tecnologia ci siamo lasciati schiacciare dalla comunicazione.
C'è chi pondera cosa condividere.
C'è chi è avido di sé e non concede nulla, ma comunque questa social per mangiare la merda che gli altri spammano.
C'è chi semina tutto il giorno informazioni affatto rilevanti.
C'è chi, nel mezzo, è disorientato, chi si sente affine a persone mai viste e deliberatamente non saluta i ragazzi del campetto.
Ci ritroviamo confusi, impossibilitati a cancellare amicizie social per non scatenare reazioni inconsulte, costretti a ricambiare follow, attentissimi a non lasciare tracce in agguerrite sessioni di stalking.
Abbiamo una rigida etichetta web e nessuna idea di come reagire nella vita fuori dallo schermo; la trasparenza diventa un problema e non dare segnali tempestivi di interazione è inammissibile.
Vogliamo iperconnessione ma non siamo disposti a mettere in gioco niente di personale.
Certe risposte esigono riflessione, il momento giusto o più semplicemente possono aspettare.
E in casi estremi basta il coraggio e la responsabilità di una non risposta.
OGGETTO: [facebook --> informazioni personali --> relazioni]
Cari miei,
Non volevo disorientarvi con annunci roboanti.
E' stata una sorta di sfida al "non avresti mai il coraggio".
Il mouse si è mosso automaticamente consegnandomi a internet come la peggiore delle bimbeminkia fuoristagione.
Immediatamente sulla mia bacheca FB si è materializzato un anello dalla caratura in centinaia di pixel e le notifiche hanno iniziato a pioevere copiose.
Lasciatemi elencare alcune considerazioni sul fattaccio:
Nonostante voci eminenti del vuvuvù non facciano altro che stilare classifiche su cosa si debba o meno renedere noto con uno status FB (qui) la verità è che la condivisione gossippara rimane più performante nel suscitare attenzione che il famoso pelo di pheebra.
Si potrebbero scrivere trattati dettagliatissimi, pieni di deduzioni brillanti e ricevere neppure una prova di apprezzamento. Si potrebbero anche scrivere geniali equazioni senza riscuotere la minima approvazione.
L'inaspettato: scatenare emozioni incontrollabili in persone a cui voglio davvero bene.
Non c'è regola che regga. Prima o poi tutti faranno qualcosa di social che non avevano previsto di fare.
L'autogossip -o confessione- genera empatia.
Riscoperta dell'esistenza di persone che credevi morte. E che si manifestano solo per sincerarsi che io abbia realmente ricevuto una proposta.
Bookmakers impazziti.
L'imponderabile: amici che rispondono ad altri amici confermando o smentendo in modalità ufficio stampa.
Adesso come glie lo dico che non sto per sposarmi veramente?
No, non sono fidanzata con un cane.
Non preoccupatevi. Quando sarà il momento troverò il modo per stupirvi. Ancora.
Quando qualcosa funziona è necessario denigrarla a tutti i costi se è commerciale?
Sono della snob-fazione che solitamente preferisce i concerti piccoli di gruppi semisconosciuti che poi crescono ed allora "quando li ho visti io eravamo in dieci".
Per i Kasabian faccio eccezione. E la faccio volentieri. Sabato li ho visti per la settima (!) volta, in occasione del tour di 48:13. E si, li ho visti anche quando non eravamo in tanti a cagarceli.
Però il gruppo continua a spaccare e quindi non mi risparmio.
Per chi non sapesse bene di cosa sto parlando, i Kasabian sono un gruppo britannico che fonde il rock a un'attitudine elettronica da oramai una decina di anni.
Sono Serge Pizzorno e Tom Meighan. Insieme, in due e sono una macchina perfetta.
Si, tecnicamente on stage la formula è arricchita, ma il cuore, lo show e l'intuito è affidato a questi due trentenni di Leicester (si pronuncia Les-tah).
(Serge nel 2012 a Ferrara, direttamente dal mio IG)
Dal vivo la band trasmette una botta di energia non indifferente. Il live è serrato, la scaletta si snoda rapida tra ballate e rock con una digressione al limite della denz. Si salta, si suda, si poga, anche se non nella tribuna di cui sono rimasta prigioniera [mai più tribuna, grazie].
Quel che vorrei scrivere oggi, più che una rece del concertone, è un'ode all'occhio di falco del buon Sergio-Serghio Pizzorno e all'agenzia di comunicazione che supporta il gruppo.
Torniamo a Les-tah ed al fonema che compare sulla t-shirt di Serge durante la performance di Glastombury lo scorso giugno; sin dal video di Eeh-ze (altro fonema) abbiamo visto lo skinny-capellone in abbinata di skeleton jeans e maglietta bianca con scritta. E questo a quanto pare è il leit motiv che porta in tour il bel front man.
La cosa assai sorprendente, lungimirante ed assolutamente ruffiana dell'outfit dei Kasabian -sul quale altrimenti non mi sarei mai pronunciata- è la scelta di una serie di vocaboli in lingua a seconda della località ospite della data.
Sabato sera a milano è stato figata, un messaggio, un hashtag e molto altro.
Figata è una gag, una assonanza nata dalla pronuncia brit del forgotten, che si ripete nel ritornello di Days are forgotten, singolo di lancio di Velociraptor, penultimo album della band; è un tormentone nato e cresciuto sulle frequenze di Radio Deejay e poi riferito e commentato con la band (qui). "When we are in Italy we're gonna start singing like that" parola di Serge mantenuta alla grande durante il concerto del 1 novembre a Milano, e concetto rafforzato dallo stesso chitarrista che durante l'esibizione di Assago ha sfoggiato proprio una tee con scritto figata.
Ok. A me Goodbye Kiss non fa impazzire. Non mi fanno impazzire gli escamotage per portare dentro alla musica influenze talmente diverse da far affezionare fruitori di generi troppo diversi (si potrebbe definire renzianismo) e in realtà non impazzisco neppure per i nuovi arrangiamenti dei vecchi singoli con gli archi. Però ai Kasabian si vuole bene.
Si vuole bene ai canuti parenti di Serge, arrivati da Albissola qualche minuto prima dell'inizio del concerto, muniti di letture varie per "farsela passare". Si vuole bene agli auguri di compleanno alla mugliera del chitarrista declamati in un italiano malfermo e del tutto simile a quello del cinese da asporto sotto casa -a proposito, vi siete mai chiesti quante volte cada il compleanno della moglie di un musicista in un anno?-. Si vuole bene alla coda da border collie, attaccata agli skeleton-skinny-jeans che fa tanto calci in culo e l'istinto di tirarla per vincere un altro giro è forte.
Fu un' idea di Carlo quella di partire portando con noi Silvia e Lisa.
Non l'avrei permesso. Non l'avrei neppure contemplato se non fosse stato per lui che mi ripeteva "prendila come una cosa normale, la capirai".
Così partimmo, donne in regolare ritardo, alla volta della casa in campagna in cui non tornavo da anni. Ero riuscita a far intendere a Silvia, facendo appello a tutta la mia calma, che non le avrei concesso il posto affianco al guidatore; lei aveva accettato la cosa producendo una confusione allegra da scolaretta che mi innervosiva palesemente.
Il sole che aveva baciato la nostra partenza ci aveva abbandonati quasi subito, lasciando spazio a nuvole pesanti come i dubbi che mi infestavano.
Casa.
Bianca e bruna, col muschio tra i coppi, identica a quella nella mia memoria.
Entrando ero stata avvolta da quell'aria carica di odori che mi stavano accarezzando la faccia come a tranquillizzarmi.
Avevo fatto un giro tra le stanze per assicurarmi che fosse tutto come l'avevo lasciato: libri, mensole, vasi, compreso gli spazi vuoti e rassicuranti.
Con abillità inaspettata aprii tutte le finestre, rimossi le ragnatele e svegliai lentamente la casa.
Intanto fuori aveva cominciato a piovere. Ed eravamo lì, quattro, male assortiti, a contemplare - braccia conserte - dalla finestra il contadino ed il suo gatto che stavano terminando lavori agricoli incuranti delle intemperie.
"Se vuoi puoi farmi la manicure" intervenne nel silenzio Silvia.
Non so perché lo chiese. Ma era piuttosto convinta in quella sua richiesta.
"Io non... non penso di saperti fare una manicure" risposi imbarazzata.
"E' facilissimo. Ti insegno.."
"Non c'è motivo per cui vorrei farti una manicure".
Fece spallucce e riprese a rovistare tra i trentatré dei miei commentando ogni titolo insieme a Lisa.
Era come se volesse a tutti i costi instaurare un rapporto superficialmente amichevole.
Sondare, saggiare la profondità, la pazienza, le risposte che venivano da me. Una sorta di "conosci il tuo nemico". Ma io non avevo voglia di intraprendere guerre di nervi.
"Almeno usciamo".
Carlo aveva già pianificato tutto. Cena, dopocena, un giro nel locale carino ed un salto in quell'enoteca che, dopotutto, siamo sempre al mare.
A qualche chilometro, per la verità, dal mare e dalla vita. Qualche campo odoroso di cipolla dopo. Qualche curva e qualche pioppo dopo.
Silvia e Lisa si erano portate trolley straripanti assolutamente sovrastimati per le 48 ore fuori da Bologna che ci eravamo concessi. Io le solite due cose, infilate di traverso in borse di stoffa. Era da sempre la mia alternativa alla ventiquattr'ore. E me ne pentivo puntualmente tutte le volte che realizzavo di non aver portato l'occorrente per sentirmi all'altezza della situazione.
Così Silvia e Lisa in paillettes, Carlo sempre in giacca ed io infilata in un vestito nero dalla forma non meglio definita.
"Vi porto a mangiare in quel posto sul lungomare che fa la tartare di pesce spada con crema di agrumi".
Da-bere-vino-bianco, ed improvvisamente la situazione mi sembrava confortevole.
Le battute e le allusioni di Silvia però continuavano con l'intento di grattare via poco a poco la superficie per scoprire tutti i nervi.
"Domani lo raggiungo, penso di mattina" confessò.
E la dichiarazione arrivò come una liberazione. Del resto, rimanere sola con Lisa non mi dispiaceva. Sembrava una ragazza sveglia e aveva uno sguardo molto attento incorniciato in un caschetto color cioccolato.
Dopo musica, qualche altro bicchiere, altra strada eravamo tornati a casa.
Le ragazze avevano monopolizzato il bagno. Avevamo deciso di dormire dividendoci due stanze matrimoniali, io e Carlo insieme come da bambini.
"Rimani a dormire qui" aveva detto lei. E io non capivo.
Poi aveva fatto domande sul mio reggiseno, scandagliando la mia fisicità con la bramosia di chi ha a portata la persona che è stata nel cuore e nel letto del proprio amante.
"Forse se facessi come me..."
"Dovresti provare pilates"
"Secondo me potresti cambiare colore di capelli, forse schiarirli un po' ti illuminerebbe il viso"
"Hai mai pensato di tatuarti la schiena?"
Testava il limite.
"Ad Alex piace.."
"Alex è un capitolo chiuso, non mi interessa quel che gli piace. Non più" intervenni.
Dormimmo di sonno pesante e ci svegliammo presto. La giornata era serena e permetteva mare.
Silvia era accigliata.
"Ho pensato a tutto" disse Carlo.
"Adesso andiamo al mare, ti lasciamo alla fermata del bus o alla stazione e tu prendi..."
"Ma non possiamo aspettare che Alex venga a prendermi?" interruppe Silvia.
"Aaah..non sei stupida! Ce la puoi fare a prendere un cazzo di autobus!"
"Preferisco aspettare" replicò.
"Senti. Ho un giorno e mezzo. Non voglio passarlo ad aspettare" chiuse Carlo.
"Ascolta" mi feci avanti.
"Alex non verrà. Non si scomoderebbe neppure per l'Ambasciatore inglese. Fidati non verrà."
"Ma.."
"Troverà un modo per far muovere te. E devi abituartici, tesoro".
"Io.."
"E poi, andiamo..E' al mare con i suoi. Ti conoscono, loro? Probabilmente Alex non vuole investire neppure una parola per spiegare. E poi i suoi odiano i tatuaggi e tu ne sei ricoperta. Come potrebbe giustificarlo?"
La lasciammo in stazione e ci dirigemmo in spiaggia. Tutto il resto andò come doveva.
Non l'ho vista per mesi, fino all'altro giorno quando entrando in un bar del centro.
"Mi scaldi la pizza tonda, poi vorrei quel tramezzino..Ah, ciao Silvia"
"Ciao"
"Tutto bene?"
Mentre preparava ciò che le avevo chiesto la vidi dare le spalle al banco e sparire in maniera sospetta.
Tornò sorridente, tolse la pizza dalla piastra, l'impiattò e mi porse raggiante quel che le avevo chiesto.
Presi il piatto e d'istinto ci sputai dentro.
"Cosa stai facendo?" disse disorientata.
"Scusi?" feci io rivolgendomi all'uomo alla caffetteria.
"Sarebbe meglio facesse attenzione ai suoi dipendenti. Ho chiesto alla signorina una pizza ed un tramezzino, guardi cosa mi ha servito" dissi con sdegno strisciando il piatto sul banco in marmo e senza aggiungere una parola me ne andai.
Una volta ho pensato che potendo scegliere quale oggetto essere, avrei optato per una matita.
Qualche volta, con un po' di tempo a disposizione, nascono domande assurde più dei temini alle elementari.
Ma la cosa più straordinaria è che a certi quesiti mai immaginati nascono risposte scattanti e sicurissime.
E così, potendo scegliere cosa essere, sarei matita.
Matita, non penna.
Perchè la matita è una cosa viva; respira ed è fatta di legno e grafite; si consuma con l'uso e ad ogni piroette nel temperino crea gonne ampie bordate in giallo e nero per bambole piccolissime.
Matita mi è sembrata una risposta sensata.
La matita scrive in orizzontale ed in verticale senza sforzo, traccia segni sulla carta, sulla stoffa ed anche sull'intonaco.
La matita salva dall'emergenza di appuntare quella piccola indicazione: un civico di una via in cui sta per partire una storia, un riporto dell'operazione a mente, una segno grafico impellente quando sei al telefono.
Insomma, vorrei essere così: uno strumento ordinario di supporto al prossimo e testimone alla nascita di idee e bellezza.
Sperando sempre che non arrivi un impeto di ira o -peggio- un bambino distratto, una cacca e una suola a carrarmato.
Giudizio: ovvero l'eterna lotta tra discernimento e sentenza.
Chi ha più giudizio lo adoperi, ma per decidere se usare il senno o meno bisogna decretarsi al di sopra del prossimo. Io non giudico nessuno! E' impossibile, significherebbe portare avanti una vita senza scelte.
La filosofia definisce il cogito come essenza stessa dell'esistere. Non c'è possibilità di sottrarsi.
Facciamo pace con le responsabilità che derivano dalla facoltà di giudizio andiamo avanti.
In fin dei conti non decidere è già una posizione eloquente.
Io giudico.
Riconosco cosa desidero, quali valori riconoscere e di quali persone circondarmi.
Non accetto la prepotenza, quella fisica di chi si fa svelto per occupare un posto che non gli spetta.
Non mi piace chi già ti ha visto ma s'affretta per tagliarti la strada; chi si accanisce per portarti via anche un centimetro quadro, quando quel piccolo spazio non significa nulla.
Detesto chi non si prende la responsabilità della comunicazione verbale. Chi volutamente sottende per poi giustificarsi dicendo che credeva avessi capito, insinuando anche il sospetto che la colpa possa essere delle tue sinapsi difettose.
Non amo le radiografie di chi si dà, scollatura dopo scollatura senza aver mai condiviso niente più che un sovrabbondante numero di pixel.
Trovo orribile chi passa la vita a definirsi, a vantarsi di un milione di skills espressi in termini anglofoni vuoti come scoregge.
A me basta un gatto, le tue mani che mi spostano i capelli e uno sticazzi pronto all'uso.